Lettere anonime per un camminatore

space

space

Non è necessario che tu mi ascolti,
non è importante che ascolti le mie parole una per una,
puoi camminare alla tua lentezza e dare attenzione solo
a ciò che desideri trattenere.
Qui la morale, il dogma, l’arte, la verità, il sociale,
la politica, la tua stessa individualità, i bisogni, i sogni,
non c’entrano.
C’entra la consapevolezza pura e semplice,
la consapevolezza di ciò che è così reale, così nascosto
in bella vista, da costringerci a ricordare di continuo
a noi stessi: questa è l’acqua, questa è la terra, queste
sono le mie mani, quel colore sul muro a sinistra è il blu.

/////////////////////////////////////////////////
Lettere anonime per un camminatore
Percorso itinerante solitario con guida sonora.

 

ideazione | Gabriele Dalla Barba, Meike Clarelli, Sara Garagnani, Federica Rocchi
interpreti | Beatrice Schiros
drammaturgia originale | Gabriele Dalla Barba
composizione sonora e musiche originali | Meike Clarelli
cura | Federica Rocchi
produzione Amigdala/Festival Periferico

con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Regione Emilia Romagna

Anno 2016

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il collettivo Amigdala realizza lavori performativi che si sviluppano in stretta relazione con territori urbani e luoghi abitati attraverso l’interazione e la costruzione di relazione con gli abitanti e gli attori di quell’area. Si tratta di performance che intrecciano la dimensione sonora della memoria, la restituzione di esperienze e di narrazioni da parte degli abitanti di un luogo, la reinvenzione dello spazio, la ricreazione di legami affettivi del pubblico con i luoghi della città e in modo particolare con le periferie.

Lettere anonime per un camminatore è una creazione site-specific realizzata appositamente per il Villaggio Artigiano di Modena Ovest nell’ambito della ottava edizione del Festival Periferico curato da Amigdala dal titolo Futuro Antenato.

Viene realizzata nel 2017 nello storico quartiere del Quadraro a Roma, per il festival Attraversamenti Multipli, e nel quartiere Giardino di Ferrara.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 


 

Lo spettatore è chiamato a mettersi in cammino, in una relazione contemporaneamente di connessione con la città – strade, edifici, traffico, odori, colori, parole, passanti – e di isolamento nell’ascolto.

In cuffia, una composizione sonora che si sviluppa come un atto musicale a cura di Meike Clarelli, in cui testi di Gabriele Dalla Barba (tratti da Elogio del nulla del poeta francese Christian Bobin e da rielaborazioni originali) si intersecano a voci, rumori, eco di macchine da produzione e treni di passaggio.

La performance lavora quindi sulla doppia dimensione dell’intimità – lo spettatore è da solo, in una connessione personale e univoca con il paesaggio, la voce che lo guida gli parla personalmente, a terra tracce azzurre che sembrano essere lasciate solo per lui gli mostrano il percorso – e della distanza – la voce calda che lo accompagna stride a tratti con il paesaggio ruvido e dismesso, parla di alberi dove c’è solo cemento, parla d’amore di fianco a una fonderia…

Alcuni manifesti lungo la strada, collocati in un punti definiti, rimandano echi del testo che scorre in sottofondo, in un’ideale omaggio alla land artist americana Jennifer Holzer, come se a tratti le parole contenute nell’mp3 potessero uscire, contagiare il contesto, riecheggiare sulle pareti.

Il paesaggio attraversato, infatti, è fatto di strade senza marciapiede, fabbriche dismesse, officine artigiane, chiese evangeliche: una periferia italiana qualsiasi che nessuno sospetterebbe essere stata, in altri anni, la culla dei migliori ingegni dell’industria metalmeccanica modenese. Un paesaggio tutto da ricostruire, ripensare, ricominciare ad amare.

Il primo atto, l’azione originaria e fortemente politica che la performance richiede allo spettatore è una disponibilità ad attraversare questa periferia, a farsene allo stesso tempo osservatore silenzioso e protagonista: la relazione affettiva con il paesaggio sarà una conseguenza di questa disponibilità all’ascolto, l’esito – non scontato – dell’esperienza compiuta.

Fuori da qualsiasi retorica, le parole di Bobin, poeta visionario nella sua capacità di fede nei destini umani e scandaloso nella sua volontà di rimettere al centro della riflessione contemporanea la parola “amore”.

Alla fine del percorso lo spettatore si trova in un grande piazzale deserto, abitato solo da Beatrice Schiros, che lo invita a sedersi al suo fianco. Non sarà immediato capire che è la stessa persona che lo ha guidato fin lì. Gli consegnerà una busta, contenente una lettera d’amore, da spedire a chi vuole.

L’attrice modenese Beatrice Schiros, vincitrice del premio Mariangela Melato 2016, collabora alla costruzione del percorso sonoro curato da Amigdala, in una relazione inedita che il formato “aperto” del festival Periferico ha consentito e incoraggiato.

La sua voce guida gli spettatori doppiamente: attraverso le strade del Villaggio Artigiano e attraverso le parole di Christian Bobin.

 

Da Elogio del Nulla:
La sua lettera è là, sul bordo della credenza della cucina. Aspetta. Da quasi una settimana, attende la mia risposta. Una piccola donna d’inchiostro, modesta, con la gonna un po’ spiegazzata, le frasi incrociate sulle ginocchia. A ogni mi o sguardo, pone nuovamente la sua domanda. E non sempre so rispondere. La ve do tutti i giorni. Passo molto tempo in questa cucina. Vi assaporo un silenzio che le luci della strada fanno tintinnare come cristallo. Da una settimana, questo silenzio è segreta mente turbato dalla sua lettera. Lei mi chiede un testo per la sua rivista. Un testo, o almeno qualche frase. Che graviti attorno a questa domanda:
Cosa dà senso alla sua vita?
Ho avuto voglia all’inizio di risponderle molto in fretta, con un telegramma: “Cosa dà senso alla mia vita? Nulla, e soprattutto non la scrittura”. Perché suppongo che lei mi interroghi in ragione di qualche libro che ho scritto. Si fanno sempre troppe domande agli scrittori.
Come fossero detentori di un sapere abbondante, disponibile giorno e notte. Come se si scrivesse a partire da un sapere. E vero il contrario: si può scrivere esclusivamente di ciò che si ignora. Si può scrivere solo muovendosi verso l’ignoto – e non per conoscerlo, ma per amarlo.
Non si può pensare quando si è innamorati. Si è troppo impegnati a bruciare la propria casa. Non si conserva per sé alcun pensiero. Li si spedisce tutti verso l’amata, come colombe, come stelle, come ruscelli.
Essere innamorati è essere ubriachi. Come quell’uomo, ieri, per strada. Avanzava, stordito dal bere. La voce forte, il gesto ampio, s’intratteneva in conversazione con se stesso. D’un tratto, ha frugato nel cappotto, ne ha tirato fuori del denaro e lo ha gettato, a manciate, sulla strada. Poi se n’è andato, sprezzante della sua fortuna. Slegato da sé. Distaccato da qualsiasi reame.
Sì, è un po’ essere così, essere innamorati. Vuotarsi le tasche. Perdere il proprio nome. Scoprire, rapiti, la certezza di non essere nulla. Ma io mi allontano dalla sua domanda.
A meno che non sia come giunto al suo centro: solo l’amore dà un senso alla mia vita, rendendola insensata a se stessa. Che cosa dire di più: la mia vita mi sfugge. Non mi raggiunge che in mia assenza. Nel chiarore di un pensiero indifferente ai miei pensieri. Nella purezza di uno sguardo indifferente ai miei desideri. La mia vita fiorisce lontano da me.
Me ne separo quando vado nel mondo. La ritrovo contemplando il cielo. Il cielo materiale, dipinto di blu e d’oro. Le luci che vi soggiornano sono lettere d’amore. Un amore senza appartenenza. Senza avidità.
Un amore che non vi domanda niente, se non di esserci. Che, mentre passa, vi dona l’eterno. Ogni cielo ha la sua sfumatura, ogni lettera ha il suo momento. Non sono veramente destinate a me. Le leggo lentamente. Solo alla sera le restituisco. Andrà bene questa risposta? Lei si accontenterà di un angolo di cielo blu? Temo di essere fuori tema.
Non capisco appieno la sua domanda. Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso? Per salvarli?

 

 

 

 

ARTICOLI

 

FERRARA — ottobre 2017

(…) “Lettere anonime per un camminatore”, della modenese Compagnia Amigdala, una performance site-specific che si ridisegna ogni volta con suoni e voci del quartiere nella quale si svolge. Lettore mp3 alla mano, lo spettatore è in cammino e in ascolto – e forse in fondo è la stessa cosa – solo, o meglio accompagnato da una presenza, che gli parla: qualcuno che nel prosieguo può prendere forma e voce nelle ignare persone che incrocia o negli alberi che lo accompagnano e sui quali l’anonimo mittente della missiva che sta ascoltando ha lasciato messaggi.

dig

Mentre si intrecciano la dimensione sonora della memoria e le narrazioni degli abitanti del luogo, chi abita lì da sempre e chi vi è giunto da pochi anni al termine di un lungo viaggio, il ‘camminatore’ è contemporaneamente dentro e fuori il Quartiere Giardino, osservatore e protagonista, e si trasforma in un flaneur che si smarrisce fra le strade come fra le pagine di un libro, fino a che non è più “che una camminata nel vento”. “Bisogna che la gente cambi” afferma un inconfondibile ferrarese doc, mentre il camminatore giunge infine a una meta: una poltrona vuota nel mezzo del campo dello Stadio Mazza, perché la gente non siamo altro che noi. 

Federica Pezzoli, ottobre 2017
Estense.com

 


 

ROMA — settembre 2017

Largo Spartaco ha ancora molte storie da raccontarci, ma soprattutto c’è ancora da scoprire la storia del quartiere, conoscere il suo passato, la sua identità.
Oggi uno ad uno ci siamo avventurati per le strade del Quadraro con un mp3 e le cuffie nelle orecchie per non sentirci estranei ma perfettamente a nostro agio con i passanti incrociati. Sei solo fisicamente, ma una freccia blu come una bussola ti indica la direzione del cammino e delle voci che ascolti solo tu ti fanno compagnia e ti raccontano dei luoghi che stai attraversando.
Musica, riflessioni sull’essere umano e racconti di vita del quartiere romano si intrecciano dimostrando come sia possibile proprio dalla periferia guardare con una mente più aperta e vera la realtà circostante.  Ti immergono in un ambiente facendoti sentire a casa, aprendoti le porte al loro passato e al loro presente.
Il cammino si fà arte della contemplazione e della conoscenza. La meta è sconosciuta, qui è il viaggio ciò che conta. Perché attraversando  l’identità di uno spazio  puoi indagare la tua propria essenza, il tuo passato.
L’attraversamento del Quadraro, della storia di uno dei quartieri più popolosi e popolare dove trovarono riparo gli antifascisti e le occupazioni rivoluzionarie degli abitanti erano all’ordine del giorno, mi ha ricordato che per raggiungere e trovare il tuo spazio è necessario perdersi in luoghi sconosciuti e lontani da noi ma grazie ai quali inaspettatamente possiamo ri-conoscerci e scoprirci.

CHIARA PREZIOSA, settembre 2017
AttraversamentiMultipli

 



MODENA — maggio 2016

Attraversiamo queste strade sessant’anni dopo, in compagnia di una voce – quella netta e toccante di Beatrice Schiros – che è tante voci: non ci racconta, no, ci porta ad ascoltare l’eco della storia, ad osservare, a prenderci il tempo per sentire ciò che manca. Stiamo parlando di Lettere anonime per un camminatore , prima tappa e splendida summa della nuova, ottava, edizione di Periferico: un festival nomade – ideato e organizzato dall’Ass. Cult. Amigdala – che ogni anno abita  artisticamente luoghi marginali della città. Si tratta, dicevamo, di un “percorso itinerante solitario” (testi di G. Dalla Barba, composizione sonora di M. Clarelli) che in qualche modo traccia un’epigrafe di ciò che sarà questa tre-giorni, ma la incide secondo la sensibilità tipica del teatro, cioè attraverso l’effimero.
[—]
Cosa rimane allora? Il seme, che è la traccia più sincera che l’arte possa lasciare.
Mentre camminiamo via ha smesso di piovere, ci guardiamo nuovamente attorno, con occhi diversi, alziamo il capo e d’improvviso risuonano quelle parole: «Tutto il cielo, tutta la terra, tutto il linguaggio non potrebbero esister nella costrizione di un senso. Bisogna che la gente cambi, che capisca gli alberi.»

GIULIO SONNO in PaperStreet, giugno 2016
Paper Street / Giulio Sonno


 

MODENA — maggio 2016

Fondamentale nella comprensione di questo “futuro antenato” è stato, a nostro avviso, il percorso itinerante solitario con guida sonora attraverso le strade del Villaggio Artigiano intitolato “Lettere anonime per un camminatore”, ideato da Amigdala con protagonista Beatrice Schiros.

Con lettore mp3 e auricolari, lo spettatore segue un percorso segnato da frecce blu sull’asfalto ed ascolta un testo registrato – scritto da Gabriele Dalla Barba ispirato al lavoro del poeta Christian Bobin – interpretato da Beatrice Schiros. Le parole sono intervallate da testimonianze degli abitanti, suoni, rumori di macchinari e treni.

Attraversiamo un paesaggio eterogeneo, un’area che sembra racchiudere tutta la scossa sociale ed economica che il nostro Paese ha ricevuto negli ultimi decenni: ci imbattiamo in officine inframezzate da capannoni abbandonati, carcasse d’auto, giardini pieni di piante che curavano le nostre nonne, alberi da frutto seminascosti che sbucano tra angoli abbandonati, telai che sferragliano veloci in un capannone mentre un signore con gli occhi a mandorla fa capolino a guardare noi che passiamo; e poi ancora extracomunitari in bicicletta, residenti che portano a spasso il cane, case malandate malamente arredate, altre linde e ordinate, macchie di ruggine sull’asfalto schiarito e d’improvviso un centro di culto di una chiesa protestante.

“Il mondo si evolve facendo scomparire quello che non serve più” ci suggerisce nell’auricolare una voce con forte accento emiliano, proprio mentre passiamo accanto ad una Renault Twingo verde scolorita dal sole, con le gomme a terra, che reca attaccata a un finestrino laterale la scritta “vendesi”.

Così, fagocitati da tutti questi stimoli visivi e sonori ci sorprende, alla fine del percorso, quasi fosse una visione, Beatrice Schiros, coi suoi capelli corvini e lo sguardo severo, seduta ad attenderci in un piazzale. L’avevamo lasciata tra gli “Animali da bar di Carrozzeria Orfeo, e non ci aspettavamo di ritrovarla qui. […]

Marco Menini su KLP, giugno 2016
KRAPP’S LAST POST


 

MODENA — maggio 2016

L’altro evento sonoro è in una area ex-industriale di Modena, per il festival Periferico-Futuro Antenato curato dal collettivo Amigdala che in quel distretto, definito Villaggio Artigiano, ha scavato nella memoria del lavoro, tra quelle officine in disuso, raccogliendo frammenti di storie. Ne è nata un’opera acustica “Lettere anonime per un camminatore” che combina le voci dei protagonisti della storia di quel luogo con una rapsodia poetica. Ci si arma di un lettore mp3, s’inforcano le cuffie e si va seguendo delle frecce a terra. Si vaga tra i capannoni ascoltando un flusso poetico intervallato da pensieri sul legame tra memoria e cambiamento e di come l’estinzione di un modo di produzione economico rappresenti una trasformazione antropologica di un territorio e una possibile rigenerazione urbana. E ci si trova all’improvviso in un paesaggio fenomenale: la massicciata di una traccia ferroviaria abbandonata, senza più binari. Uno sguardo potente. (…) Ragioniamo, inciampando su quei ciotoli che producono un loro suono di breccia scossa, su quanto sia importante coltivare la disponibilità verso lo stupore possibile.

Carlo Infante su Urban Experience, giugno 2016
URBAN EXPERIENCE / Carlo Infante


MODENA — maggio 2016

Report sonoro da FuturoAntenato e da Lettere Anonime per un camminatore a cura di Lorenzo Donati su Altrevelocità.it / Teatri d’oggi, giugno 2016

 

Annunci